Viaggio in Myanmar fai da te: cosa vedere in 9 giorni tra templi, laghi e spiritualità

Organizzare un viaggio in Myanmar fai da te è possibile, basta un po' di tempo da dedicare prima di partire e spirito di adattamento, oltre una buona dose di pazienza. I tempi di reazione non sono i nostri. Ma, col senno di poi, aver organizzato da sola questo viaggio me lo ha fatto apprezzare ancora di più. Prima su carta, poi sul posto: ho viaggiato due volte.
Giorno 1 — Yangon
Yangon è un caos poetico. Ex capitale e cuore economico del paese, tra palazzi coloniali decadenti e strade polverose, tuk tuk impazziti e fili elettrici che sembrano ragnatele: mi ha investita un'energia che, inizialmente, mi ha anche un po' spaventata.
Ero preparata a un paese non proprio lindo. Non abbastanza. Il primo giorno un acquazzone ha fatto straripare i tombini e il fango era letteralmente ovunque. Ho aperto Google a cercare un volo di ritorno anticipato. Poi ho respirato profondamente e ho accettato. Meno male: mi sarei persa tutto.
Un consiglio pratico sugli hotel: avevo già scelto i migliori disponibili nella categoria non-resort, e l'esperienza è stata quella che è stata. Se vuoi qualcosa di meno wild, vai direttamente sui resort. Ma io la rifarei così, senza pensarci due volte.
Una cosa per cui non ero preparata: lo scarico della doccia negli hotel era un buco aperto nel pavimento. Per chi come me ha una certa fobia degli animali indesiderati, non è stato semplice. Soluzione trovata sul campo: guanti in lattice comprati al volo, uno riempito d'acqua ogni sera a tappare quel buco. E così si dormiva quasi sereni.
Poi c'è il rituale dei piedi. Entrare scalzi nei templi è obbligatorio, e il pavimento è condiviso con i piccioni. La sensazione è un po' come camminare scalzi in metropolitana. Il rituale dei turisti appena arrivati è riconoscibilissimo: Amuchina sui piedi appena usciti. Dopo qualche giorno smetti di usarla e inizi a riconoscere chi è arrivato ieri.
Ad un tratto spicca lei: la Shwedagon Pagoda, come un faro d'oro nel tramonto. Camminare attorno a questa gigantesca stupa circondata da pellegrini in silenzio è un'esperienza mistica. Non importa quanto sei stanca dal viaggio: qui ti fermi. Il tintinnare delle campane, i canti, i sorrisi discreti.
Da non perdere: il centro storico con i resti coloniali, la Sule Paya e la Botataung Paya (meno famosa ma interessante), cena a Chinatown per un primo assaggio di street food, gli spiedini o i noodles fatti al momento. Il Parco Kandawgyi per una pausa con vista lago e pagoda.



Giorno 2 — Loikaw: nel cuore autentico della Birmania
Volo interno per Loikaw, nella regione Kayah: una delle zone più autentiche e meno battute dal turismo di tutto il Myanmar. Aperta al turismo solo pochi anni fa, è una zona dove convivono numerose etnie, culture diverse e storie complesse. La popolazione è povera, e molti giovani sono costretti a lasciare la propria terra per cercare lavoro all'estero.
Una nota sull'abitudine che non riuscivo ad accettare: i birmani sputano ovunque, in ogni angolo. Non è maleducazione: è il betelnut, una noce masticata con foglia di betel e calce, uno stimolante diffusissimo in tutta l'Asia del Sud-Est. Colora la bocca di rosso e provoca salivazione eccessiva. Le macchie rosse sui marciapiedi raccontano tutto. Non mi ci sono abituata fino all'ultimo giorno.
La visita ai villaggi dei Kayan (le cosiddette donne giraffa) è stata una delle esperienze più profonde del viaggio. Queste popolazioni vivono nei cinque villaggi chiamati Pah Pae, nelle loro terre d'origine, a differenza delle realtà più turistiche e artificiali che si trovano in Thailandia o sul Lago Inle, dove molte famiglie sono state spostate per necessità economiche. Acquistare qualcosa fatto da loro non è un gesto turistico: è un modo per sostenere una cultura che rischia di sparire.
Ho pranzato nella casa di una di loro, autentica, non agghindata per i turisti. Mi ha servito un riso bianco seduta per terra, accompagnato da pezzi di pollo che non avevo mai visto e non ho proprio riconosciuto. Non parlava nessuna lingua. Ma con quegli occhi ha saputo dirmi tutto.


L'aeroporto di Loikaw
Dimentica i gate, i monitor, gli annunci all'altoparlante. A Loikaw si viaggia alla vecchia maniera. Appena entri nel terminal, una stanzona vetrata che sembra una serra tropicale piena di gente, un omino ti appiccica un adesivo colorato sulla maglietta. Nessun codice a barre, nessun QR code: solo un'etichetta. Poi aspetti. Guardi fuori dalla vetrata e vedi gli aerei parcheggiati a pochi metri, e altri omini che con un carretto a mano trascinano i bagagli sotto il sole verso la pista. A un certo punto l'omino si avvicina, ti guarda, ti fa un cenno con la mano e ti chiama. Guarda l'adesivo e, come per magia, sa esattamente quale volo stai aspettando. Nessun annuncio, nessun numero di gate: solo lui, il tuo “adesivo manager”. Surreale e indimenticabile.
Giorno 3 — Da Loikaw al Lago Inle
Uno dei giorni più belli del viaggio. Da Loikaw ho preso un taxi fino a Pekon, poi ho navigato 5 ore in lancia a motore fino al Lago Inle. Un'esperienza che non dimenticherò mai, e nemmeno le mie orecchie e il mio sedere. Durante la navigazione abbiamo attraversato villaggi semi-nascosti, visitato Samkar, Naung Boh (famoso per la terracotta) e la Pagoda Tharkong. Le acque erano così limpide da riflettere ogni cosa. I profumi dei fiori di loto, i bambini che facevano il bagno, le donne che lavavano i panni, tutto con una grazia antica.
Consiglio: arriva al tramonto sulla tua palafitta. Ascolta il silenzio.

Giorno 4 — Lago Inle: mercati, pescatori e artigiani sull'acqua
Sveglia presto: il mercato itinerante dei 5 giorni era proprio vicino a noi, a Nampan. Un tripudio di colori, verdure, stoffe e sorrisi. La giornata l'abbiamo trascorsa navigando tra villaggi, orti galleggianti, laboratori di sigari e argento, fino a Nyaungshwe. Il Lago Inle è uno di quei posti dove ogni dettaglio è poesia.


Giorno 5 — In bicicletta lungo le sponde del lago
Dopo giorni intensi, abbiamo deciso di prendercela comoda. In bici, tra risaie, canali e villaggi. Volevo fermarmi, respirare, osservare, e lasciare che fosse il lago a raccontarmi la sua storia.

Giorno 6 — Volo Heho – Mandalay
Mandalay mi ha stregata. Sarà per quel nome esotico che sembra uscito da una poesia. O per quei monaci in fila sul ponte U Bein, al tramonto, che camminano come ombre arancioni su una tavolozza infuocata. C'è un tempo sospeso, qui. Ogni angolo sussurra leggende, ogni tempio brilla come se fosse appena nato dal silenzio.

Giorno 7 — Escursione da Mandalay: Amarapura, Sagaing, Inwa
Una giornata intensa e piena di bellezza. Ci siamo affidate a un taxi privato e abbiamo fatto tappa in tre luoghi ciascuno con un'anima diversa.
Amarapura ospita il celebre ponte U Bein, il ponte in teak più lungo del mondo. Al tramonto si colora d'oro e arancio, e i monaci che lo attraversano sembrano figure sospese tra terra e cielo. Attraversalo lentamente, poi siediti in riva al lago a guardare il sole scendere.
Sagaing è una collina dolce, verde, costellata da centinaia di stupa bianchi e dorati. Uno dei luoghi più spirituali della Birmania. Qui non si visita, si respira.
Inwa (Ava) è raggiungibile solo con una breve traversata in barca. Tra rovine di monasteri antichi, campi coltivati, silenzi infiniti e il ritmo lento di una carrozza trainata da cavalli, ti sembrerà di essere entrata in un altro secolo.


Giorno 8 — Mandalay – Bagan
Al mattino presto partiamo da Mandalay in auto verso Bagan. Il paesaggio cambia, la terra si fa sabbiosa, e piano piano all'orizzonte cominciano ad apparire le prime stupa. Poi sempre di più. Poi ovunque. Una distesa infinita di templi rossi, costruiti secoli fa e ancora perfettamente inseriti nel paesaggio, come se la natura stessa li avesse partoriti.
Bagan è sacra anche per chi non crede.
Se chiudo gli occhi, torno lì. All'alba, l'aria ancora fresca, il cielo che piano piano si tinge di rosa e oro, e io in sella a una e-bike con il vento. Abbiamo girato senza mappa, senza logica, lasciandoci guidare dai colori del cielo e dai profumi del mattino. Ogni tempio un incontro. Ogni angolo una scoperta.
Consiglio: non cercare di vedere tutto. Bagan si assapora lentamente. Siediti su un muretto, lascia che il sole tramonti.

Giorno 9 — Mongolfiera su Bagan
L'ultima giornata in Birmania inizia prima dell'alba. Avevamo prenotato dall'Italia l'esperienza forse più turistica di tutto il viaggio, ma anche una delle più magiche: il volo in mongolfiera su Bagan.
Alle 5 del mattino un pick-up ci preleva per portarci al campo di decollo. Tra un caffè, qualche biscotto e una luce rosa che inizia a spuntare all'orizzonte, una squadra prepara con cura le mongolfiere. Il nostro pilota è Paolo, piemontese doc, che si diverte a scambiare due chiacchiere in italiano tra un controllo e l'altro.
Poi si decolla. La piana si apre sotto di noi, le pagode rosse ci sorridono dal basso, il fiume scorre lento. Tutto si ferma. Il vento ci porta via leggeri. Sorvoliamo i templi in un silenzio assoluto mentre le altre mongolfiere fluttuano intorno in una danza perfetta tra cielo e terra. Alle 7:30 atterriamo su un isolotto, brindisi con champagne, e una piccola barca ci riporta alla riva.

Il pomeriggio è per metabolizzare le emozioni. Nel tardo pomeriggio voliamo verso Yangon e da lì verso casa. Ma la vera partenza è un'altra: è quella che senti quando lasci un posto che ti ha toccato dentro.
Il Myanmar che porto con me
Quando sono arrivata a Yangon ho capito che eravamo davvero lontani anni luce da tutto ciò che conoscevamo. La pioggia torrenziale e il rifugio improvvisato, il rituale dell'Amuchina ai piedi nei primi giorni, la prima volta scalzi in una pagoda con dita incrociate. L'aeroporto di Loikaw e il suo sistema ad adesivi. Il pranzo nella baracca della donna giraffa, che per me è diventato un castello di gratitudine. I bambini che ci guardavano come marziani gentili. Il primo viaggio in barca tra profumo di fiori di loto e rumori assordanti. I lavaggi collettivi nel fiume, i piatti lavati e scaricati nello stesso punto del lago, la vita vera. Le feste di paese, le partite di calcio locali, i monaci novizi in fila con le loro scodelle. Le notti in palafitta. Il pranzo nella giungla, soli, con gli uccelli a farci compagnia. Il momento esatto in cui la mongolfiera si è alzata da terra.
Ma più di tutto, non dimenticherò mai la dignità di un popolo che ti guarda negli occhi, ti sorride e ti aiuta come può.
Se vuoi leggere il mio racconto più personale: Birmania, un viaggio nel tempo.